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Da Piazza Indipendenza. Sulla destra ci
accoglie la villa comunale, che si estende là dove sorgeva il medievale
monastero di Santa Chiara, completamente distrutto dal terribile
terremoto del 1915. Sono ugualmente scomparse, per diverse vicende, in
questo settore, sia le mura, che costeggiavano parte del piazzale, sia
la Porta degli Abruzzi, dalla quale ci si dirigeva verso la Valle
Roveto.
Sull’angolo di nord ovest ci colpisce
l’articolato complesso sacro del Vescovado (con il Seminario) e della
Cattedrale, il cui ingresso si raggiunge attraverso un’ampia gradinata,
mentre sulla destra si innalza, massiccio, il rotondo torrione aragonese
(sec. XV), dalle pareti intessute di scuri blocchi ricurvi.
Nella costruzione della Cattedrale sono
state riutilizzate fondamenta e pareti del tempio italico-romano,
innalzato appunto dai Romani in occasione della prima colonizzazione di
Sora del 303 a. C. Esso era certamente il più imponente della città e
sorgeva su un rialzo artificiale, in posizione scenografica,
riproponendo localmente il modello del Capitolium romano. L’edificio si
affacciava sul più antico forum romano, che funzionava come luogo di
scambio e di commercio del bestiame.
Le strutture essenziali del tempio sono
state evidenziate dagli scavi eseguiti dalla Soprintendenza Archeologica
per il Lazio. Le grandi dimensioni del podio (m. 36 x 24) e la sua
altezza (m. 6-7 sino alle fondazioni) testimoniano la monumentalità
dell’edificio. Lo stesso podio inoltre presenta, nel lato sud,
un’interessante ornamentazione con rara modanatura a doppio cuscino, i
cui confronti diretti riportano ai profili di base o di altare di
ambienti latino arcaico (Lavinium) o alle più tarde modanature dei
templi di Aesernia e di Villa San Silvestro.
Nella parte anteriore il tempio doveva avere
un pronao con due file di colonne e all’interno una tripartizione con
tre celle, nelle quali erano presumibilmente onorate le divinità della
Triade (Giove, Giunone e Minerva). E possibile, però, che prima della
conquista romana sul luogo vi fosse il culto di Ercole, protettore della
pastorizia e della transumanza, che sarebbe stato associato comunque
anche nel nuovo tempio, come dimostrerebbero diversi reperti
archeologici di varia provenienza: due iscrizioni, una con dedica ad
Ercole, della seconda metà del sec. TI a. C., e l’altra in cui sono
citati i Magistri Herculanei; un frammento di dava che doveva servire da
appoggio per una statua del dio alta almeno tre metri.
Sono ancora visibili i muri romani del
tempio, costruiti con grandi blocchi ben squadrati (integrati
successivamente da restauri medievali o moderni), mentre diversi
sondaggi hanno raggiunto e parzialmente messo in luce l’antica
pavimentazione a lastroni.
Prospiciente al lato sud si apriva una vasta
area sacra, da cui provengono un altare con dedica a Marte (l’iscrizione
più antica di Sora) e un thesaurus con dedica a Minerva (con monete
databili dal 118 a. C. al 40 d. C.). Ad ovest, una strada lastricata
divideva il tempio della Cattedrale da un secondo tempio romano, quasi
interamente distrutto da movimenti franosi.
Recenti studi hanno delineato le diverse
fasi architettoniche della cattedrale, che si sviluppò sull’impianto
stesso del tempio italico-romano (podio, muri esterni). Nella prima
fase, paleocristiana e altomedievale, la chiesa, posta al di fuori della
cinta urbana, avrebbe avuto una pianta a tre navate, con archi a tutto
sesto poggianti su pilastri e tre absidi, ricavate dal muro di fondo,
con tre ingressi, di cui quello centrale era il più importante.
Nella successiva fase romanica, il vescovo
Roffrido, prima del 1100, fece costruire il portale con decorazioni
vegetali e animali e un’iscrizione. Questa ricordava l’uccisione di una
giovane martire cristiana, avvenuta in quel luogo in età romana, e
precisava come il portale stesso fosse stato costruito con materiale del
tempio pagano e scolpito dallo scultore Mastro Giovanni, che era stato
compensato con “quattro soldi”. “Nei piedritti e nell’architrave si
sviluppa, a rilievo, una bella decorazione a girali (o tralci di vite)
d’ispirazione classica. Secondo i dettami del bestiario medievale e in
corrispondenza con la simbologia cristiana, partendo dal basso, dalla
bocca di due animali, si avvolgono pregevoli motivi ornamentali, che
racchiudono foglie e fiori stilizzati di grande verietà e negli angoli
delle croci greche. La rappresentazione di grande eleganza ed equilibrio
formale, è arricchita dalla presenza di colombe e grappoli d’uva”.
Agli inizi della terza fase (secc. XII-XVI)
il nuovo vescovo Roffredo fece costruire il protiro, così come si
menziona in una seconda iscrizione, aggiunta sul portale con una dedica
alla Vergine Maria e la data 1100. Nei primi decenni del 1300 si innalzò
il campanile, con bifore ad archi leggermente ogivali e con colonnine
abbinate, mentre più tardi alla Cattedrale fu addossata la cinta muraria
medievale, con la costruzione nel sec. XV del torrione aragonese.
Nelle fasi successive furono create delle
cappelle nelle navate laterali e si aprì una più comoda porta di accesso
nel lato meridionale. Si realizzava anche un soffitto a cassettoni
dorati, che aveva al centro una tela dello Zuccari, mentre la chiesa
veniva ingrandita. Dopo il terremoto del 1915 e l’incendio del 1916, la
Cattedrale fu in parte ricostruita su progetto dell’Ing. De Cassinis.
Nel dopoguerra, infine, una banale pavimentazione a piastrelle di
travertino, incredibilmente, veniva sovrapposta a quella romana.
Lungo la scalinata della Cattedrale sono
sistemati un grifo acefalo marmoreo e un leoncino, residui di due
diverse fasi costruttive del protiro. Nel Palazzo Vescovile, attiguo
alla Cattedrale, si conserva un bel trittico del XV secolo, dai pregevoli
effetti cromatici, che rappresenta Cristo in trono benedicente e due
angeli a braccia incrociate sul petto.
Da Piazza Indipendenza si raggiunge la
vicina Piazza S. Restituta, resa mollemente mediterranea da quattro
grandi palme. Sul lato orientale sorge la chiesa omonima, che fu
distrutta dal terremoto del 1915 e ricostruita, con diverso orientamento
e riutilizzando alcuni elementi architettonici.
Le origini della chiesa risalgono a periodo
alto-medievale, ma l’edificio nell’XI secolo crollò; fu riconsacrato dal
papa Adriano IV nel 1155, ma di nuovo rovinò nel 1229, quando Sora fu
investita dalle truppe di Federico II. La nuova chiesa, eretta dopo il
1250, aveva tre navate, una cripta e un chiostro. Ancora una volta
abbattuta per il movimento sismico del 1654, fu ricostruita dall’archi
tetto G. B. Rodoli ad una sola navata, con colonne d’ordine corinzio.
Il portale trecentesco, salvatosi da tante
vicissitudini, è stato inserito nella facciata della chiesa attuale. E
un bell’esempio di portale ad anelli concentrici, con una decorazione
con foglie d’acanto e girali floreali. Si distinguono le quattro testine
impiegate come cariatidi, due delle quali (una maschile ed una femminile
coronata) presentano un modellato morbido e forme piene, mentre le altre
due, con volti maschili (uno barbato), sono piuttosto rigide, con gli
occhi sbarrati, e possono forse attribuirsi alla chiesa distrutta da
Federico II.
Sulla facciata di Santa Restituta sono stati
murati reperti di diverse epoche: a destra, in basso, un’iscrizione con
il Privilegio di Carlo II d’Angiò, nel quale si conferma che Sora era
città regia; a destra, in alto, un frammento marmoreo raffigurante la
dea egiziana Iside, seduta a terra con le gambe piegate, che sulla testa
ha un copricapo, sormontato da un disco lunare.
Il fregio fu rinvenuto a circa 4 chilometri
da Sora, ma nella stessa città vennero alla luce altre due teste
marmoree di Iside, poi disperse. Questi reperti sono la testimonianza
della presenza nella zona dei culti orientali, che dovettero avere un
notevole sviluppo dopo il ritorno dei soldati della IV legione sorana da
Filippi.
Sempre sulla facciata, a sinistra, si scorge
un altro rilievo, sempre in marmo, con diverse figurazioni di armi (un
elmo, una corazza, due scudi), che doveva appartenere ad una costruzione
di prestigio (palestra? monumento funerario?).
Sul lato destro della chiesa sono sistemati,
in terra, due grossi blocchi romani scolpiti, provenienti da monumenti
funerari, simbolo di agiatezza nella Sora del I sec. a. C. Le
figurazioni sono comprese in riquadri (fregi dorici). Il primo blocco
presenta ancora dei rilievi con armi; nel riquadro centrale scorgiamo un
guerriero con elmo a calotta e ampia protezione sulle guance; in quel lo
di destra dei coprigambe militari e nell’ultimo di sinistra uno scudo.
Nel secondo blocco, il riquadro che meglio
caratterizza il fregio è quello di destra, con la larga sagoma della
testa di un toro, preparato per il sacrificio. Negli altri due riquadri
si osservano due rosoni dalla raffinata esecuzione; infine, sul lato
destro, sono rappresentati, mescolati fra loro, un gladio, due litui
(insegna del potere dei magistrati e sacerdoti), con le punte a voluta,
e una bassa scodella per le libagioni (patera).
Seguendo il Corso Volsci, si giunge alla
chiesa secentesca di santo Spirito, fatta erigere per iniziativa della
duchessa Costanza Sforza Boncompagni. Fu restaurata in stile barocco
agli inizi del 1700. E impostata su una sola navata con cappelle
laterali; sulla volta si osserva un affresco (sec. XIX) di Scuola
Napoletana con la glorificazione della Madonna e con S. Domenico, S.
Giuliano e S. Restituta. Dopo il terremoto del 1915, Domenico Biancale
dipinse, in grandi dimensioni, ai lati dell’altare, le figure di San
Bonaventura e San Bernardo. Nella chiesa si conserva una statua
secentesca dell’Addolorata.
Attiguo alla Chiesa, sorge il Palazzo
Comunale, già sede del secentesco Collegio dei Gesuiti, costruito su più
antichi resti murari (forse appartenenti all’Ospedale Romano di Santo
Spirito), di cui restano all’interno due archi in stile
gotico-cistercense. Attualmente il Palazzo, recentemente restaurato,
presenta nella facciata (di gusto sette-centesco) finestre, con timpani
tondeggianti, fiancheggiate da paraste.
Lasciando il Corso Volsci, si raggiungono la
chiesa ed il Convento di San Francesco, la cui fondazione risale agli
inizi del 1300. Nel 1363, un lascito di Cicco d’Omobono permise di
costruire una chiesa più grande in stile gotico. Di quest’epoca
rimangono (fra gli altari della Misericordia e del Crocifisso) gli
splendidi affreschi, con la Vergine e il Bambino, San Savino e San
Bonaventura, e una bella bifora a ogiva con decorazioni lobate. Nel
Convento si realizzava poi un chiostro con archi a sesto acuto.
Il complesso sacro subì gravi danni per il
terremoto del 1654, cui si pose riparo con interventi attuati tra il
1683 e il 1727. In questo periodo, fra l’altro, si chiuse il chiostro e
si costruì un grande scalone, dando all’edificio un’impronta
settecentesca. Nel 1763, per una disposizione testamentaria di Fabio
Tuzi, presso il Convento fu istituito il Collegio Tuziano, ma nel 1798 i
suoi locali servirono come deposito di grano e successivamente il
brigante Mammone li adibì a magazzino. Dopo varie vicende l’ex convento
fu ceduto al Comune e divenne sede prima della R. Pretura e poi del
Museo Civico della Media Valle del Liri.
La chiesa di San Francesco è a una navata,
con volta a botte. Nell’interno vi si ammirano grandi statue di gesso
con personaggi biblici, opera di un monaco francescano del sec. XVIII.
Nella sacrestia è conservato un quadro di forma ovale di Pietro Biancale,
con l’immagine del santo.
Seguendo ancora il Corso Volsci, si può
visitare la chiesa di San Bartolomeo, di antica origine, ma rimaneggiata
dopo il terremoto del 1915 e recentemente da un inadeguato restauro. La
chiesa conserva significative memorie del Cardinale Cesare Baronio,
famoso scrittore di storia ecclesiastica. Qui fu sepolta sua madre ed è
esposto il pregevole Cristo ligneo (attribuito a Tiberio Calcagni,
discepolo di Michelangelo), donato dal Baronio nel 1564 alla
Congregazione di Carità. Nella stessa chiesa si può ammirare anche un
bel dipinto di Sebastiano Conca (1680-1764) con la Madonna del Divino
Amore.
Da San Bartolomeo, attraverso la via
Cittadella, sulla quale si affacciano la chiesa di antiche origini (XII
sec.) di San Giovanni Battista (dove è stato battezzato il regista e
attore Vittorio de Sica) ed il settecentesco Palazzo Branca, percorrendo
i pittoreschi vicoli del borgo Canceglie e salendo per un’ampia
scalinata, si giunge alla chiesa di San Silvestro, che secondo la
tradizione fu fondata da San Domenico Abate nel 1029. L’edificio attuale
è il risultato di un completo rifacimento, eseguito dopo il 1765
dall’architetto svizzero Cristoforo De Donatis. In questa chiesa fu
battezzato Luigi Alonzi, il noto brigante sorano soprannominato “Chiavone”.
Da San Silvestro, proseguendo oltre Porta
“Cancello”, ci troviamo di fronte, sulla sinistra, alla chiesa di San
Rocco, di origini quattrocentesche, ma ricostruita nel periodo 1750-1754
su progetto dell’architetto Cristoforo De Donatis. Nella chiesa si
susseguono diversi interessanti affreschi di Pietro Biancale e del
figlio Bernardo, eseguiti dopo il terremoto del 1915.
Ci si dirige, quindi, a completamento
dell’itinerario, verso la chiesa di Santa Maria degli Angeli e l’attiguo
Convento dei Padri Passionisti, che sorgono in posizione pittoresca ai
piedi del Monte Sant’Angelo. La Chiesa fu fatta costruire nel 1601 a
spese del Cardinale Cesare Baronio, mentre il Convento fu completato,
dopo la sua morte, con il contributo del Comune e della popolazione
sorana. Inizialmente, il complesso sacro fu affidato ai Cappuccini,
sostituiti però nel 1842 dai Padri Passionisti. Nell’interno della
Chiesa si ammira un quadro di Francesco Vanni ( 1565-1609), che
rappresenta la Madonna della Vallicella con San Francesco (in abito da
cappuccino) e Santa Restituta; sullo sfondo è raffigurata la città di
Sora con la cinta muraria medievale. |