Sora

 

Provincia di Frosinone, abitanti 27.158, superficie Kmq 71,84, altitudine m. 287

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Il Centro Storico

Da Piazza Indipendenza. Sulla destra ci accoglie la villa comunale, che si estende là dove sorgeva il medievale monastero di Santa Chiara, completamente distrutto dal terribile terremoto del 1915. Sono ugualmente scomparse, per diverse vicende, in questo settore, sia le mura, che costeggiavano parte del piazzale, sia la Porta degli Abruzzi, dalla quale ci si dirigeva verso la Valle Roveto.

Sull’angolo di nord ovest ci colpisce l’articolato complesso sacro del Vescovado (con il Seminario) e della Cattedrale, il cui ingresso si raggiunge attraverso un’ampia gradinata, mentre sulla destra si innalza, massiccio, il rotondo torrione aragonese (sec. XV), dalle pareti intessute di scuri blocchi ricurvi.

Nella costruzione della Cattedrale sono state riutilizzate fondamenta e pareti del tempio italico-romano, innalzato appunto dai Romani in occasione della prima colonizzazione di Sora del 303 a. C. Esso era certamente il più imponente della città e sorgeva su un rialzo artificiale, in posizione scenografica, riproponendo localmente il modello del Capitolium romano. L’edificio si affacciava sul più antico forum romano, che funzionava come luogo di scambio e di commercio del bestiame.

Le strutture essenziali del tempio sono state evidenziate dagli scavi eseguiti dalla Soprintendenza Archeologica per il Lazio. Le grandi dimensioni del podio (m. 36 x 24) e la sua altezza (m. 6-7 sino alle fondazioni) testimoniano la monumentalità dell’edificio. Lo stesso podio inoltre presenta, nel lato sud, un’interessante ornamentazione con rara modanatura a doppio cuscino, i cui confronti diretti riportano ai profili di base o di altare di ambienti latino arcaico (Lavinium) o alle più tarde modanature dei templi di Aesernia e di Villa San Silvestro.

Nella parte anteriore il tempio doveva avere un pronao con due file di colonne e all’interno una tripartizione con tre celle, nelle quali erano presumibilmente onorate le divinità della Triade (Giove, Giunone e Minerva). E possibile, però, che prima della conquista romana sul luogo vi fosse il culto di Ercole, protettore della pastorizia e della transumanza, che sarebbe stato associato comunque anche nel nuovo tempio, come dimostrerebbero diversi reperti archeologici di varia provenienza: due iscrizioni, una con dedica ad Ercole, della seconda metà del sec. TI a. C., e l’altra in cui sono citati i Magistri Herculanei; un frammento di dava che doveva servire da appoggio per una statua del dio alta almeno tre metri.

Sono ancora visibili i muri romani del tempio, costruiti con grandi blocchi ben squadrati (integrati successivamente da restauri medievali o moderni), mentre diversi sondaggi hanno raggiunto e parzialmente messo in luce l’antica pavimentazione a lastroni.

Prospiciente al lato sud si apriva una vasta area sacra, da cui provengono un altare con dedica a Marte (l’iscrizione più antica di Sora) e un thesaurus con dedica a Minerva (con monete databili dal 118 a. C. al 40 d. C.). Ad ovest, una strada lastricata divideva il tempio della Cattedrale da un secondo tempio romano, quasi interamente distrutto da movimenti franosi.

Recenti studi hanno delineato le diverse fasi architettoniche della cattedrale, che si sviluppò sull’impianto stesso del tempio italico-romano (podio, muri esterni). Nella prima fase, paleocristiana e altomedievale, la chiesa, posta al di fuori della cinta urbana, avrebbe avuto una pianta a tre navate, con archi a tutto sesto poggianti su pilastri e tre absidi, ricavate dal muro di fondo, con tre ingressi, di cui quello centrale era il più importante.

Nella successiva fase romanica, il vescovo Roffrido, prima del 1100, fece costruire il portale con decorazioni vegetali e animali e un’iscrizione. Questa ricordava l’uccisione di una giovane martire cristiana, avvenuta in quel luogo in età romana, e precisava come il portale stesso fosse stato costruito con materiale del tempio pagano e scolpito dallo scultore Mastro Giovanni, che era stato compensato con “quattro soldi”. “Nei piedritti e nell’architrave si sviluppa, a rilievo, una bella decorazione a girali (o tralci di vite) d’ispirazione classica. Secondo i dettami del bestiario medievale e in corrispondenza con la simbologia cristiana, partendo dal basso, dalla bocca di due animali, si avvolgono pregevoli motivi ornamentali, che racchiudono foglie e fiori stilizzati di grande verietà e negli angoli delle croci greche. La rappresentazione di grande eleganza ed equilibrio formale, è arricchita dalla presenza di colombe e grappoli d’uva”.

Agli inizi della terza fase (secc. XII-XVI) il nuovo vescovo Roffredo fece costruire il protiro, così come si menziona in una seconda iscrizione, aggiunta sul portale con una dedica alla Vergine Maria e la data 1100. Nei primi decenni del 1300 si innalzò il campanile, con bifore ad archi leggermente ogivali e con colonnine abbinate, mentre più tardi alla Cattedrale fu addossata la cinta muraria medievale, con la costruzione nel sec. XV del torrione aragonese.

Nelle fasi successive furono create delle cappelle nelle navate laterali e si aprì una più comoda porta di accesso nel lato meridionale. Si realizzava anche un soffitto a cassettoni dorati, che aveva al centro una tela dello Zuccari, mentre la chiesa veniva ingrandita. Dopo il terremoto del 1915 e l’incendio del 1916, la Cattedrale fu in parte ricostruita su progetto dell’Ing. De Cassinis. Nel dopoguerra, infine, una banale pavimentazione a piastrelle di travertino, incredibilmente, veniva sovrapposta a quella romana.

Lungo la scalinata della Cattedrale sono sistemati un grifo acefalo marmoreo e un leoncino, residui di due diverse fasi costruttive del protiro. Nel Palazzo Vescovile, attiguo alla Cattedrale, si conserva un bel trittico del XV secolo, dai pregevoli effetti cromatici, che rappresenta Cristo in trono benedicente e due angeli a braccia incrociate sul petto.

Da Piazza Indipendenza si raggiunge la vicina Piazza S. Restituta, resa mollemente mediterranea da quattro grandi palme. Sul lato orientale sorge la chiesa omonima, che fu distrutta dal terremoto del 1915 e ricostruita, con diverso orientamento e riutilizzando alcuni elementi architettonici.

Le origini della chiesa risalgono a periodo alto-medievale, ma l’edificio nell’XI secolo crollò; fu riconsacrato dal papa Adriano IV nel 1155, ma di nuovo rovinò nel 1229, quando Sora fu investita dalle truppe di Federico II. La nuova chiesa, eretta dopo il 1250, aveva tre navate, una cripta e un chiostro. Ancora una volta abbattuta per il movimento sismico del 1654, fu ricostruita dall’archi tetto G. B. Rodoli ad una sola navata, con colonne d’ordine corinzio.

Il portale trecentesco, salvatosi da tante vicissitudini, è stato inserito nella facciata della chiesa attuale. E un bell’esempio di portale ad anelli concentrici, con una decorazione con foglie d’acanto e girali floreali. Si distinguono le quattro testine impiegate come cariatidi, due delle quali (una maschile ed una femminile coronata) presentano un modellato morbido e forme piene, mentre le altre due, con volti maschili (uno barbato), sono piuttosto rigide, con gli occhi sbarrati, e possono forse attribuirsi alla chiesa distrutta da Federico II.

Sulla facciata di Santa Restituta sono stati murati reperti di diverse epoche: a destra, in basso, un’iscrizione con il Privilegio di Carlo II d’Angiò, nel quale si conferma che Sora era città regia; a destra, in alto, un frammento marmoreo raffigurante la dea egiziana Iside, seduta a terra con le gambe piegate, che sulla testa ha un copricapo, sormontato da un disco lunare.

Il fregio fu rinvenuto a circa 4 chilometri da Sora, ma nella stessa città vennero alla luce altre due teste marmoree di Iside, poi disperse. Questi reperti sono la testimonianza della presenza nella zona dei culti orientali, che dovettero avere un notevole sviluppo dopo il ritorno dei soldati della IV legione sorana da Filippi.

Sempre sulla facciata, a sinistra, si scorge un altro rilievo, sempre in marmo, con diverse figurazioni di armi (un elmo, una corazza, due scudi), che doveva appartenere ad una costruzione di prestigio (palestra? monumento funerario?).

Sul lato destro della chiesa sono sistemati, in terra, due grossi blocchi romani scolpiti, provenienti da monumenti funerari, simbolo di agiatezza nella Sora del I sec. a. C. Le figurazioni sono comprese in riquadri (fregi dorici). Il primo blocco presenta ancora dei rilievi con armi; nel riquadro centrale scorgiamo un guerriero con elmo a calotta e ampia protezione sulle guance; in quel lo di destra dei coprigambe militari e nell’ultimo di sinistra uno scudo.

Nel secondo blocco, il riquadro che meglio caratterizza il fregio è quello di destra, con la larga sagoma della testa di un toro, preparato per il sacrificio. Negli altri due riquadri si osservano due rosoni dalla raffinata esecuzione; infine, sul lato destro, sono rappresentati, mescolati fra loro, un gladio, due litui (insegna del potere dei magistrati e sacerdoti), con le punte a voluta, e una bassa scodella per le libagioni (patera).

Seguendo il Corso Volsci, si giunge alla chiesa secentesca di santo Spirito, fatta erigere per iniziativa della duchessa Costanza Sforza Boncompagni. Fu restaurata in stile barocco agli inizi del 1700. E impostata su una sola navata con cappelle laterali; sulla volta si osserva un affresco (sec. XIX) di Scuola Napoletana con la glorificazione della Madonna e con S. Domenico, S. Giuliano e S. Restituta. Dopo il terremoto del 1915, Domenico Biancale dipinse, in grandi dimensioni, ai lati dell’altare, le figure di San Bonaventura e San Bernardo. Nella chiesa si conserva una statua secentesca dell’Addolorata.

Attiguo alla Chiesa, sorge il Palazzo Comunale, già sede del secentesco Collegio dei Gesuiti, costruito su più antichi resti murari (forse appartenenti all’Ospedale Romano di Santo Spirito), di cui restano all’interno due archi in stile gotico-cistercense. Attualmente il Palazzo, recentemente restaurato, presenta nella facciata (di gusto sette-centesco) finestre, con timpani tondeggianti, fiancheggiate da paraste.

Lasciando il Corso Volsci, si raggiungono la chiesa ed il Convento di San Francesco, la cui fondazione risale agli inizi del 1300. Nel 1363, un lascito di Cicco d’Omobono permise di costruire una chiesa più grande in stile gotico. Di quest’epoca rimangono (fra gli altari della Misericordia e del Crocifisso) gli splendidi affreschi, con la Vergine e il Bambino, San Savino e San Bonaventura, e una bella bifora a ogiva con decorazioni lobate. Nel Convento si realizzava poi un chiostro con archi a sesto acuto.

Il complesso sacro subì gravi danni per il terremoto del 1654, cui si pose riparo con interventi attuati tra il 1683 e il 1727. In questo periodo, fra l’altro, si chiuse il chiostro e si costruì un grande scalone, dando all’edificio un’impronta settecentesca. Nel 1763, per una disposizione testamentaria di Fabio Tuzi, presso il Convento fu istituito il Collegio Tuziano, ma nel 1798 i suoi locali servirono come deposito di grano e successivamente il brigante Mammone li adibì a magazzino. Dopo varie vicende l’ex convento fu ceduto al Comune e divenne sede prima della R. Pretura e poi del Museo Civico della Media Valle del Liri.

La chiesa di San Francesco è a una navata, con volta a botte. Nell’interno vi si ammirano grandi statue di gesso con personaggi biblici, opera di un monaco francescano del sec. XVIII. Nella sacrestia è conservato un quadro di forma ovale di Pietro Biancale, con l’immagine del santo.

Seguendo ancora il Corso Volsci, si può visitare la chiesa di San Bartolomeo, di antica origine, ma rimaneggiata dopo il terremoto del 1915 e recentemente da un inadeguato restauro. La chiesa conserva significative memorie del Cardinale Cesare Baronio, famoso scrittore di storia ecclesiastica. Qui fu sepolta sua madre ed è esposto il pregevole Cristo ligneo (attribuito a Tiberio Calcagni, discepolo di Michelangelo), donato dal Baronio nel 1564 alla Congregazione di Carità. Nella stessa chiesa si può ammirare anche un bel dipinto di Sebastiano Conca (1680-1764) con la Madonna del Divino Amore.

Da San Bartolomeo, attraverso la via Cittadella, sulla quale si affacciano la chiesa di antiche origini (XII sec.) di San Giovanni Battista (dove è stato battezzato il regista e attore Vittorio de Sica) ed il settecentesco Palazzo Branca, percorrendo i pittoreschi vicoli del borgo Canceglie e salendo per un’ampia scalinata, si giunge alla chiesa di San Silvestro, che secondo la tradizione fu fondata da San Domenico Abate nel 1029. L’edificio attuale è il risultato di un completo rifacimento, eseguito dopo il 1765 dall’architetto svizzero Cristoforo De Donatis. In questa chiesa fu battezzato Luigi Alonzi, il noto brigante sorano soprannominato “Chiavone”.

Da San Silvestro, proseguendo oltre Porta “Cancello”, ci troviamo di fronte, sulla sinistra, alla chiesa di San Rocco, di origini quattrocentesche, ma ricostruita nel periodo 1750-1754 su progetto dell’architetto Cristoforo De Donatis. Nella chiesa si susseguono diversi interessanti affreschi di Pietro Biancale e del figlio Bernardo, eseguiti dopo il terremoto del 1915.

Ci si dirige, quindi, a completamento dell’itinerario, verso la chiesa di Santa Maria degli Angeli e l’attiguo Convento dei Padri Passionisti, che sorgono in posizione pittoresca ai piedi del Monte Sant’Angelo. La Chiesa fu fatta costruire nel 1601 a spese del Cardinale Cesare Baronio, mentre il Convento fu completato, dopo la sua morte, con il contributo del Comune e della popolazione sorana. Inizialmente, il complesso sacro fu affidato ai Cappuccini, sostituiti però nel 1842 dai Padri Passionisti. Nell’interno della Chiesa si ammira un quadro di Francesco Vanni ( 1565-1609), che rappresenta la Madonna della Vallicella con San Francesco (in abito da cappuccino) e Santa Restituta; sullo sfondo è raffigurata la città di Sora con la cinta muraria medievale.

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