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COLFELICE inizia la sua storia nel 1923 con il
già ricordato Regio Decreto del 6 dicembre 1923, n. 2703, che recita così
all’art. 1: “Le frazioni di Coldragone e Villafelice del Comune di Rocca
d’Arce (Caserta) sono costituite in comune autonomo, col nome di Colfelice”.
Sono stati a capo dell’Amministrazione comunale Loreto M. Pascale,
commissario prefettizio dal primo gennaio 1926; Bernardo Belli, podestà dal
primo Luglio 1926; Agostino Pecoraro, podestà dal febbraio 1935 e poi i
sindaci Oldorigo Palermo e Luigi De Castro nel 1944; Arnaldo Garzilli ed
Eleuterio Palermo commissari prefettizi nel 1945; Eleuterio Palermo, sindaco
dal 1946 al 1952; Agostino Pecoraro, sindaco nel 1952; Rocco Germani,
sindaco nel 1960; Bernardo Donfrancesco sindaco dal 1970 ad oggi.
Dal dicembre 1923 al gennaio del 1926, passarono
circa due anni di lavori per l’assestamento del territorio comunale di Rocca
d’Arce in due distinti comuni. Colfelice si doveva organizzare
nell’impiantare tutto l’apparato amministrativo, con i suoi uffici e i suoi
funzionari; bisognava provvedere alla ripartizione del territorio e alla
definizione dei confini. Il comune di Rocca d’Arce, tramite deliberazione
dell’allora commissario prefettizio Ara, provvide a nominare una commissione
speciale paritetica, composta di tre membri per Rocca d’Arce stessa e tre
membri per Colfelice, alfine di esaminare e approvare i progetti di
delimitazione territoriale e di suddivisione dei beni patrimoniali. Il
confine fu posto al Rio Provitolo, o Proibito. Rocca d’Arce mantenne, e
tuttora mantiene, il possesso di un ricco bosco, un’enclave, nel territorio
comunale di Colfelice.
La denominazione di “Colfelice”, nata dalla
contrazione di COLdragone e CoIFELICE, non fu di immediata e unanime
accettazione, poiché sembrava cancellare tutta una storia ed una identità
precedenti, con insoddisfazione sia di Rocca d’Arce, che mal aveva tollerato
lo smembramento e la diminuzione del proprio territorio, sia da parte del
nuovo comune, stando a quanto fu scritto in una deliberazione del
commissario prefettizio di Rocca d’Arce: “Visto il R. D. col quale le
frazioni Coldragone e Villafelice sono state distaccate dal comune di Rocca
d’Arce, e costituite in un comune autonomo, con la denominazione di
Colfelice; ritenuto che il detto provvedimento legislativo ha risposto,
nella sua sostanza, a un intenso desiderio di frazionisti, i quali non
cesseranno di essere grati al Governo Nazionale; che, per altro, la
decretata denominazione del nuovo comune non è stata accolta con spontanea
soddisfazione, in quanto essa non farà serbare alcuna memoria degli attuali
nomi, ai quali sono legate antiche tradizioni, cui i frazionisti non sanno,
per amor della loro terra, rinunziare; che nessuna difficoltà sussiste,
neppure da parte dei cittadini rimasti a continuare il vecchio e ridotto
comune di Rocca d’Arce, e che la denominazione “Colfelice” sia cambiata
nell’altra Coldragone - Villafelice... Determina di porgere, come porge, al
Governo Nazionale i voti unanimi dei cittadini eretti dico cittadini del
comune eretto con R.D. 6 dicembre p.p., perché alla denominazione
“Colfelice” sia sostituita l’altra “Coldragone - Villafelice”.
I rapporti tra Rocca d’Arce e le frazioni di
Coldragone e Villafelice, in realtà, già da tempo erano problematici e
litigiosi, specialmente nel XVIII secolo, stante la pretesa del capoluogo,
Rocca d’Arce, di conservare i propri privilegi anche quando andavano a
discapito delle due frazioni. La contesa più forte e duratura riguardò la
conservazione dei privilegi ecclesiastici di Rocca d’Arce, sede
dell’Arciprete. Agli abitanti di Villafelice e di Coldragone non e per
niente comodo accedere alle pratiche religiose della Parrocchia di Santa
Maria Assunta e di San Bernardo, in quei tempi in cui la chiesa
rappresentava il luogo di maggiore frequentazione sociale: tutte le
domeniche e tutti i giorni festivi si andava a messa, il Natale e la Pasqua
erano vissuti con intensa partecipazione per settimane intere di funzioni
religiose, il mese di maggio ci si recava tutte le sere al rosario, la festa
del patrono era occasione di fiera con grande concorso di gente dai comuni
limitrofi. Insomma, quando non c’erano il cinema e la televisione né il
turismo e gli svaghi di oggi, la chiesa e le funzioni religiose costituivano
la fondamentale occasione di vita sociale e di relazione. Basti ricordare
che si andava a messa per conoscere e farsi conoscere, per combinare
fidanzamenti e matrimoni, per incontrare il “compare” o l’amico con cui
scambiarsi informazioni o contrattare un affare.
Fu sempre viva nell’animo dei cittadini di Villafelice e
di Coldragone la volontà di avere una propria chiesa, una propria
parrocchia, dove potersi sposare, dove poter battezzare i propri figli e
celebrare i funerali ai propri defunti, dove poter fare il precetto pasquale
e andare a messa la domenica. Nel 1742 il duca Gaetano Boncompagni edificò
una chiesa in località “Casale delli Quadri”, da identificare con
Villafelice, dedicata a San Giuseppe e a San Gaetano. Si noti il nome del
Duca coincidente con il nome del Santo Patrono di Coldragone e quindi di
Colfelice. In data 3 febbraio del 1743, i fedeli di Villafelice, adunati in
assemblea davanti la chiesa che appena era stata edificata per deliberazione di Gaetano Boncompagni, decisero di autotassarsi per trenta tomoli di
grano l’anno, per il mantenimento di un cappellano. Il suddetto Duca
generosamente concesse alla chiesa terreni in località Valle Mammoli di
Santo Padre, alle comunaglie di Arce e ad Ara Murata di Villafelice, oltre a
duecento ducati. Nella bolla del vescovo di Aquino e Pontecorvo, Francesco
Spadea, con cui si erigeva la Cappellania di Villafelice, si stabiliva che
il cappellano risiedesse sul posto e amministrasse i Sacramenti, stando agli
ordini dell’Arciprete di Rocca d’Arce.
Ma nel 1746, ultimata la costruzione di Coldragone, che
era stata interrotta per difficoltà economiche nel 1500, il duca Gaetano
Boncompagni ordinò di adibire a chiesa una casa di civile abitazione
facendovi trasferire tutti i diritti e tutti i sacri arredi della chiesa di San
Giuseppe e San Gaetano, dichiarando quest’ultima chiesa interdetta ai
pubblici sacri uffici Aumentarono, a questo punto, le protèste e le
controversie dell’Arciprete, del clero e degli stessi amministratori di
Rocca d’Arce, perché la chiesa di Coldragone danneggiava gli interessi
della chiesa madre Non si tollerava “essere stata eretta altra chiesa con
fonte battesimale e con sepoltura a guisa di parrocchia indipendente” Per
tali ragioni, la Parrocchia di Rocca d’Arce protestava di fronte al Duca e
al Vescovo e faceva ricorso alla Sagra Congregazione del Concilio di Roma.
Non sperando di ottenere soddisfazione in questo senso, la Parrocchia di
Rocca d’Arce chiese la riapertura della vecchia chiesa di San Giuseppe e
San Gaetano, addebitando gli oneri relativi al proprio Capitolo. Nel 1754,
la predetta Parrocchia fece ricorso al re di Napoli, lamentando il comportamento del duca Boncompagni. Le controversie si attenuarono con un
disposto del vescovo Sardi, con cui al cappellano di Coldragone si consentiva la cura delle anime, gli si ordinava la rimozione del fonte
battesimale e si prevedeva l’adempimento del precetto pasquale presso la
chiesa madre di Rocca d’Arce. La tumulazione dei defunti era consentita al
cappellano di Coldragone, ma con l’intervento dell’Arciprete di Rocca
d’Arce. In realtà, questo disposto non fu mai pienamente attuato, anzi,
quando la Parrocchia di Rocca d’Arce, nel 1755, fece richiesta di uso della
chiesa di Coldragone come filiale, il Duca oppose un netto rifiuto,
confermato dal Re di Napoli, nel 1756. Da allora la chiesa di Coldragone era
pienamente e ufficialmente adibita a tutte le funzioni proprie di una
parrocchia. Al parroco di Rocca d’Arce restava solamente il djritto-dovere
di registrare gli atti di rito nei libri parrocchiali e di celebrare il
precetto pasquale.
Oggi Colfelice ha ben due distinte Parrocchie, quella di
Coldragone dedicata a San Giuseppe e San Gaetano e quella di Villafelice
dedicata alla Madonna dell’Assunta e San Giuseppe. Le relative feste
patronali ricorrono il 7 agosto, San Gaetano, e il 15 agosto, l’Assunta. La
chiesa dell’Assunta, a Villafelice, fu costruita tra il 1874 e il 1878 a
spese di privati cittadini del posto. E parrocchia daI 1948. Rocca d’Arce,
la chiesa madre, arcipretale, è rimasta con la sola parrocchia di Santa
Maria Assunta e San Bernardo, a cui i cittadini di Villafelice sono rimasti
molto devoti, per antica radicata tradizione.
Dei contrasti di natura civile, economica e campanilistica abbiamo già fatto cenno. Rocca d’Arce mai
vide di buon occhio il progetto dei Boncompagni di creare una zona di
disboscamento, messa a coltura, con relativo impianto di nuovo casale. Alla
ripresa dell’edificazione di Coldragone, da parte di Gaetano Boncompagni,
quando furono incoraggiati coloni di ogni parte con condizioni favorevoli,
Rocca d’Arce protestò, prevedendo nel fatto minacce per la propria economia.
Ne conseguì una contesa giudiziaria, intorno al 1750, presso la Corte Regia,
che si trovava a San Giovanni Incarico, e poi presso la Sommaria di Napoli
e presso la Sagra Congregazione del Concilio di Roma. La lite giudiziaria
riguardava il diritto di poter aprire esercizi di alcuni generi alimentari,
quali forni, macellerie, pizzicherie, che Rocca d’Arce non voleva
riconoscere a Coldragone e di cui pretendeva l’esclusività, cioè il Jus
privativo: perciò chiese che “sotto gravissime pene se le proibisse”.
L’economia di Colfelice, oggi, trae sussistenza
esattamente in ordine inverso rispetto al passato. Coldragone nacque per
volontà dei Boncompagni di disboscare il territorio di Collecinuso e
metterne a coltura le campagne. Fu dunque l’agricoltura la preminente
attività economica: frumento, olio, vino, ortaggi. Considerevole fu anche
l’artigianato, specialmente per la lavorazione della creta. Centri
viciniori in cui si lavorava la creta erano Pontecorvo e Ceprano. I
fornaciai di Colfelice, detti “piattari”, producevano oggettistica e
utensileria di casa, come il boccale, gliu vucale; l’anfora per l’acqua, la
cannata o, se più piccola, la cannatélla ovvero gliu cannatéglie, se poi non
aveva il boccaglio laterale si chiamava gliu muttiglie; il tegame, la tiana
o, se più piccolo e con un solo manico allungato, gliu tianéglie, adatto
specialmente per cuocere l’uovo; la pignata o, se più piccola la pignatélla
ovvero al maschile gliu pignatéglie; e poi ancora pipe, fischietti ossia
fiscaréglie, salvadanai ossia caruséglie e modesti soprammobili.
La bottega del fornaciaio consisteva di solito in una
sola stanza, con forno annesso o retrostante. Nella bottega c’erano la vasca
con la creta, tavole da appoggio dove mettere i manufatti ad asciugare e il
tornio. Questo singolare attrezzo è costituito da una ruota-volano di circa
un metro di diametro, posto orizzontalmente a filo di pavimento; un asse
che s’innalza verticalmente dal centro della ruota-volano fino al tavolo,
che fa da struttura di sostegno al tutto; un disco di circa mezzo metro di
diametro, sporgente orizzontalmente sul tavolo, collegato per mezzo del predetto asse
alla ruota-volano. Su tale disco veniva poggiato un più o meno grande volume
di creta. L’operatore fornaciaio sedeva vicino al tavolo e lavorava con i
piedi e con le mani: con i piedi, che erano in una posizione penzoloni e
oscillavano avanti e indietro, faceva girare la ruota-volano e quindi il
disco su cui era la creta; con le mani, stringendo gradatamente le dita
entro cui scivolava la creta, dava forma circolare alle sue creazioni.
Il manufatto, quando era sagomato, si metteva ad
asciugare sulle tavole disposte a ripiani e quindi si introduceva nel forno
per la cottura, dopo aver dato gli opportuni colori e le più semplici
decorazioni, rappresentanti qualche elementare disegno di frutta o semplici
motivi geometrici. Prevaleva il colore rossiccio, tipico della terra cotta
nostrana. Le botteghe dei fornaciai erano localizzate al centro storico di
Coldragone, intorno all’antica Piazza del Duca. Non si producevano
certamente raffinate ceramiche, ma sicura mente utili terracotte per il
fabbisogno quotidiano dei cittadini del posto e dei paesi limitrofi.
L’attività terziaria, degli impieghi e dei servizi in
genere, era rappresentata da poche unità. L’emigrazione, in tutta la prima
metà del secolo, fu una necessità crescente, in ragione del venir meno
dell’economia contadina e artigianale. Poi, dagli anni Sessanta, esplose in
tutta la Ciociaria il boom economico con il diffondersi dell’economia
industriale portata dalla FIAT e fabbriche satelliti. Oggi l’economia
secondaria e terziaria è al primo posto per il numero di impiegati occupati
negli uffici delle varie amministrazioni e di operai occupati nelle
fabbriche del posto e d’altrove, specialmente della FIAT di Piedimonte.
Oltre i personaggi di cui abbiamo avuto modo di parlare,
in queste pagine dedicate a Colfelice, altri cittadini scomparsi o ancor
viventi, meriterebbero di essere menzionati per operosità, per
comportamento, per eticità, avendo contribuito, in qualche modo, a
caratterizzare e valorizzare l’immagine socio culturale del paese. Pensiamo,
tra gli altri, al maestro “Gigi”, Luigi Margarita, nato a Santopadre nel
1892 e morto a Colfelice nel 1987. Chi l’ha conosciuto ricorda come, ancora
alla bella età di novantacinque anni, fosse lucido e gioviale, fumatore di
pipa ed estimatore del buono e del bello della vita. Il vecchio maestro di
scuola elementare ha insegnato a moltissime generazioni i rudimenti del
sapere, ma ha soprattutto recato alimento culturale quando, inesistente la televisione e rarissima la stampa, la scuoletta
rurale era fonte privilegiata e spesso unica per l’informazione e la
formazione rivolte ai giovani e ai non giovani. Luigi Margarita ha
partecipato col grado di capitano di artiglieria all’ultima guerra mondiale.
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