![]() |
|
|||||||||
|
|
|
|
|
|
Note Storiche
Una di queste colonie fu Fregellae, che alcuni scrittori locali identificano con Ceprano. In realtà le attuali ricerche archeologiche testimoniano che la città di Fregellae sorgeva sull’altipiano di fronte a Ceprano. Dopo la distruzione di Fregellae, probabilmente un piccolo villaggio derivò il nome dall’antico insediamento, mutandolo appunto in Fregellanum, così come è scritto nell' "Itinerario” di Antonino.
Le numerose ondate di invasori germanici non furono arrestate dalle possenti mura difensive di Ceprano e solo dopo il Mille fu edificato il castello sul quale fiorirono due leggende: una è relativa ad un assedio dei saraceni, l’altra al presunto padre di papa Onorio I, Petronio Ceccano che avrebbe posseduto anche Ceprano. Le prime notizie documentate risalgono al 1055, quando nel “Chronicon Casinenis” Ceprano viene citata a proposito di una chiesa posseduta dai monaci benedettini. La cittadina, saccheggiata dai normanni, fu sede di un incontro fra questi e Gregorio VII, e in seguito venne ripetutamente citata nei documenti del vescovo di Veroli da cui dipese sul piano religioso. Per la privilegiata posizione strategica, la Chiesa romana governò di rettamente la cittadina, nominando propri vicari o governatori. La “funzione di passo” di Ceprano fu anche sottolineata dall’insediamento dei templari nell’antica chiesa di San Paterniano, trasformata in un luogo d’ospitalità per i pellegrini del proprio ordine.
Ceprano torna ancora negativamente nella storia di Manfredi quando i baroni locali, abbandonandolo, consentirono il passaggio dell’esercito angioino. L' episodio è stigmatizzato da Dante nell’Inferno: “A Ceperan là dove fu bugiardo/ Ciascun Pugliese” (XXVIII, 16-7) e, secondo una storia che sa di leggenda, ma quasi sicuramente vera, il ponte di Ceprano divenne la sepoltura dell’ultimo re svevo. Sconfitto e morto in combattimento Manfredi a Benevento, fu presa la decisione di seppellirlo in terra sconsacrata ma non potendo realizzare il proposito nel regno di Sicilia perché feudo papale, né negli stati del papa stesso, e non essendo opportuno, per ovvii motivi politici, far del cadavere un simbolo per i partigiani di casa sveva, si decise di tumulare il corpo sotto un pilone del ponte di Ceprano, in un luogo direttamente controllato dal papa e, contemporaneamente, in “terra di nessuno”. La leggenda è ricordata da Dante nel Purgatorio, nel suo incontro con Manfredi, con queste parole: “Or le bagna la pioggia e mo ve il vento / di fuor dal Regno, quasi lungo il Verde,/Dov’ei le trasmutò a lume spento” (III, 130-2). Questa tradizione sarebbe confermata dalla scoperta di un sarcofago trovato nelle vecchie mura del ponte, che fu diroccato nel 1614, decorato con l’aquila sveva ed oggi conservato nella chiesa collegiata cepranese. Con la sconfitta degli svevi e la conseguente fine dell’annosa lotta tra papato ed impero per il possesso del regno del Sud, venne meno anche l’importanza strategica di Ceprano. Nel XVI secolo, il castello fu preso dagli spagnoli, alleati con papa Paolo IV, durante la battaglia di Campagna. Va rilevato che solamente nel 1503 Giulio II aveva fortificato Ceprano. Papa Della Rovere favorì numerose iniziative, tra cui le importanti opere di bonifica del territorio circostante devastato dalla malaria, la terribile malattia endemica debellata solo nella seconda metà del Novecento. Durante il Cinquecento la ripresa di Ceprano fu sottolineata dalla costruzione di una chiesa, San Rocco, e dall’istituzione di una fiera. La vita nella cittadina migliorò notevolmente e l’abitato si sviluppò verso l’esterno della “terra murata” che segue il percorso della strada consolare. Nel 1614-15 iniziarono i lavori per la ricostruzione del vecchio ponte crollato, opera effettuata nel quadro del rinnovamento di tutta la via Latina. Nel Settecento Ceprano seguì le sorti dei paesi del regno del Sud rassegnato ed inerte ma, alla fine del secolo, dopo la rivoluzione francese, si sviluppò un forte movimento filogiacobino che coinvolse molte famiglie. Fu la premessa dei sentimenti antiborbonici che caratterizzarono anche nel Meridione i ceti più evoluti negli anni del Risorgimento. Poi l’unità d’Italia, le tensioni sociali, l’emigrazione, le guerre alle quali la popolazione diede il suo contributo. Nella seconda guerra mondiale, dopo l’armistizio del 1943, la zona di Ceprano divenne teatro di guerra: gli abitanti furono evacuati ma non mancarono azioni di sabotaggio contro l’esercito tedesco. Sei civili furono fucilati per rappresaglia. Alleati e germanici combatterono accanitamente per giorni fra le macerie dell’abitato. La ricostruzione dovette quindi iniziare da zero. I problemi erano grandi. Ad aggravarli ancor più ci fu anche una gravissima epidemia di malaria che colpì cinquemila degli ottomila abitanti. Soltanto l’uso del DDT consentì di por fine al flagello. Ceprano, oggi Oggi la città è totalmente ricostruita e si sta espandendo grazie ad un’intensa industrializzazione con grandi problemi di riconversione delle fabbriche più antiche. È un centro molto vivace sul piano sociale ed economico. Con la nuova economia industriale è quasi del tutto scomparsa una produzione tipica di Ceprano: le “cannate”, orci per l’acqua in ceramica. La Chiesa di Sant’Antonio è l’unico monumento antico di Ceprano. Edificata durante il Cinquecento lungo l’antica via Latina, è stata restaurata. Adiacente alla chiesa si trova l’interessante Convento francescano. La città è sede di un Antiquarium, situato nel Palazzo del comune, dove sono esposti i reperti più significativi degli scavi di Fregellae: antefisse, sculture e figure votive. L’Antiquarium viene incrementato man mano che gli scavi portano alla luce nuovi reperti.
|
||||
|