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Si chiama comunemente l’affresco della
Crocifissione quella pittura trecentesca a stile gotico, appartenente alla
chiesa di Capodacqua, il cui originale, attualmente, è stato sistemato nella
chiesa di san Rocco, appositamente attrezzata. Nella chiesa di Capodacqua
c’è una copia.
Ma, osservatelo bene quello stupendo quadro, nel
suo assieme composito; scomponetelo nelle sue figure e ricomponetelo nella
sintesi sublime, eloquente. La crocifissione, nel momento della sua cruenta
drammaticità, è già avvenuta. L’affresco coglie il mistero, il significato
metafisico ed escatologico, della Crocifissione, la causa e l’effetto: la
Redenzione.
Nel Cristo, l’artista ha evidenziato la
plasticità morbida di un corpo non scomposto dal martirio, più simbolo che
rappresentazione. Il capo reclinato, ma non pesante ed abbandonato. Gli
occhi socchiusi, ma non spenti di morte. Il corpo, quasi eretto, come se non
dovesse sopportare il peso di sè esanime. Non cinge la fronte una corona di
rovo ma un verde serto di foglioline, come se le stille di sangue,
scomparendo, avessero alimentato le spine facendole germogliare, per
riportarci “col pensiero al serto di alloro che si poneva sul capo degli
eroi, dei vincitori”. Così, molto opportunamente, interpreta il Prof. Biagio
Cascone. Il trionfo della gloria è inesploso. Incuba, nella interiorità dei
personaggi. E’ un momento metafisico il passaggio dalla Crocifissione alla
Redenzione, dalla Morte alla Vita, dal Sacrificio alla Vittoria. Questo
momento ha voluto e saputo fissare sui colori a muro, con arte egregia e
delicata, l’anonimo pittore.
Maria la Madre del Cristo, Maria Maddalena, San
Giovanni l’Evangelista, il Re David sono gli altri personaggi dell’affresco
presenti nel dramma del Golgota.
Composto il dolore della Madonna, rassegnata al
“Fiat voluntas”. Compresente in ogni situazione, sempre, il compianto
della Maddalena e di San Giovanni Evangelista. Autorevole la testimonianza
del Re David, l’autore dei Salmi, il profeta della Redenzione nel suo
“libretto rosso’, che stringe con la mano sinistra, avendo nella destra lo
scettro regale. “David, - commenta Biagio Cascone - pur esteticamente e
pittoricamente nella composizione, ne è fuori con lo sguardo; i suoi occhi
sono fissi, rivolti verso di noi che osserviamo il sacro dramma. Lo sguardo,
di una fissità quasi ipnotica, si distacca di secoli da quel dramma e ci
rammenta che tutto quello che egli aveva predetto si è avverato”.
La composizione è di elevato valore artistico,
in cui l’anonimo autore ha raggiunto livelli di alto lirismo, dal contenuto
profondamente religioso. Il quadro d’assieme, le tonalità dei colori sapientemente
equilibrati in una sinfonia pacata distesa, qualche preziosità cromatica, ci
fanno conoscere, ancora dopo secoli, un artista di alta sensibilità poetica
e di perfetta padronanza del mezzo espressivo - comunicativo.
L’affresco del Cristo Redentore è databile alla
seconda metà del 1300. In piena età della cultura gotica, dunque, dal cui
realismo l’autore si distoglie, per una sua edizione più allegorica e
simbolica. E’ stato danneggiato da vari agenti, nel tempo, ma soprattutto
dall’incuria degli uomini, che non hanno provveduto nemmeno a ricostruire un
tetto dopo le devastazioni, dopo i terremoti, dopo le guerre. Le intemperie
specialmente hanno sfigurato i colori e i disegni; più di tutto quelli della
Maddalena e di Re David, posti ai lati della composizione e perciò meno
riparati dal sovrastante cornicione. Vari visitatori hanno voluto lasciare i
loro nomi e i loro messaggi “graffiando” l’affresco, sicuramente ignari del
valore artistico dell’opera e seguendo quella insensata universale mania di
scrivere ovunque. La prima data ditali scritture risale al 1414 o 1474.
Il Prof. Biagio Cascone, maestro restauratore
dei Musei Vaticani, ha curato il restauro dell’opera, nel 1973: un’opera
nell’opera, avendo saputo l’insigne professionista adottare le più opportune
tecniche non solo, ma soprattutto avendo saputo conservare nei colori
l’originaria espressività dell’autore. Ha voluto conservare anche i
graffiti, il Prof. Cascone, a testimonianza delle datazioni e della
particolare devozione dedicata all’Affresco e alla Chiesa di Capodacqua.
 La Chiesa di Capodacqua è denominata anche della
Madonna dei Sette Dolori. L’Addolorata dell’affresco è la Madonna
contemplatrice dei dolori del Cristo, provocati dalle ferite alla testa,
alle mani, ai piedi, al costato e dalla spugna di veleno alla bocca: sette,
in tutto.
E’ del 1200, dell’età romanica, il piccolo
tempio, situato lungo la via Pedemontana, che da Castro Cielo portava, e
tutt’oggi porta, a Piedimonte; nei pressi della sorgente del rio Lesogne,
oggi Capodacqua. La Chiesa appartenne, sin dall’origine, all’Abbazia di
Montecassino e si chiamava di San Nicola. Solo agli inizi del 1800 passò al
Comune di Castro Cielo Palazzolo e si chiamò della Madonna dei Sette Dolori.
La Chiesa ha subito rimaneggiamenti nel 1700 con la chiusura delle
originarie monofore e con l’edificazione dell’altare maggiore e di due altri
altari laterali, il tutto in contrastante stile del barocco napoletano.
Elegante, con i suoi luminosi archi a sesto abbassato, il prospiciente
pronao.
Durante l’ultimo conflitto mondiale il sacro
edificio rimase danneggiato e senza tetto per decenni. Negli anni ’80
l’amministrazione comunale ha provveduto alla ristrutturazione e
nell’ottobre del 1989 veniva riconsacrata e riaperta al culto con
l’intervento del Vescovo Mons. Lorenzo Chiarinelli. |