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A mezza costa di Monte Cassino, su un’altura in gran
parte scoscesa, Rocca Janula si erge con la sua torre e le sue mura. Ancora
superba e imponente domina la città nuova di Cassino. Dopo le distruzioni
violente volute dal l’ira degli uomini e della natura, oggi, si sta procedendo
al recupero a alla ristrutturazione della stessa.
Tanta storia, tanta civiltà testimonia e racconta
Rocca Janula, già sentinella di Eulogimenopolis e di San Germano, baluardo
avanzato a difesa di Montecassino, delle sue terre, dei suoi abati, dei suoi
libri, della sua cultura.
Fu costruita Rocca Janula dall’abate Aligerno,
durante la sua carica che andò dal 949 al 986.
Perché “Janula”?
Dal dio Giano, Janus, che avrebbe avuto in
quell’area un luogo di culto? Forse è così, anche se scarse o nulle sono a
tutt’oggi le riprove archeologiche. Ad ogni modo, l’appellativo di derivazione
etimologica da Janus è appropriata alla Rocca, data l’identificazione del
Dio laziale protettore delle porte, che venivano poste in tempo di guerra, con
la funzione di accesso e di difesa della fortificazione nei riguardi dei due
monasteri benedettini, quello superiore di Montecassino e quello inferiore di
San Germano.
O il toponimo sta ad indicare la “piccola porta” (janula
in latino significa per l’appunto piccola porta) attraverso cui bisognava
passare per accedere a Montecassino? D’altronde la parola janua è
ricorrente nella cultura e nella escatologia cristiana, e non è fuori luogo
poter pensare che si sia voluto ricorrere ad una qualche analogia: Rocca Janula
è la porta di quella città celeste che è Montecassino, come la Vergine Maria è
la porta del Paradiso (nella Litania un appellativo della Madonna è Janua
coeli, porta del Cielo). In tempi recenti la Rocca è stata espressamente
dedicata al culto della Madonna: Haec turris munita loco muroque tenaci
aetatis memorat facta nefanda suae et nunc versa Dei Sanctae Genitricis in aedem
ipsius ad cultum tot pia corda movet. “Questa torre, protetta dalla
natura del luogo e da mura gagliarde ricorda le gesta nefande della sua storia
ma ora trasformata in casa della Santa Madre di Dio rivolge al Suo culto tutti i
cuori devoti”.
 Rocca Janula sorse come espresso strumento difensivo
di Montecassino e di Cassino, o meglio di San Germano, essendo questo il nome
della città in tutto il Medioevo e fino al 1853.
Nel 529 arriva a Montecassino San Benedetto, e inizia la
storia benédettina. La zona di Castrum Sancti Petri, sorta sulle rovine
dell’antica città romana di Casinum, si va incrementando come insediamento tal
che verso la fine del nono secolo, ai margini del Gari, L'abate Bertario
inizia la fondazione di una nuova città, a cui destina il nome di
Eulogimenopolis, ossia “città di San Benedetto”, pensando di fortificarla
convenientemente contro i terribili Saraceni. Questi, però, dopo che si furono
insediati nei pressi della foce del Garigliano, nell’883, un infausto 4
settembre, assaltarono Montecassino e, il 22 ottobre, assalirono anche il
monastero e quell’insediamento monastico che sarebbe dovuto essere la città di
Eulogimenopolis. Nel disastro perì di morte orrenda lo stesso abate Bertario.
La comunità monastica si trasferì da quelle terre ormai inumanamente desolate a
Teano e poi a Capua, fino a quahdo l’abate Aligerno riprese il progetto di
Bertario, portando nuova vigorosa vita alla Terra di S.Benedetto. Fu in questo fervore ricostruttivo che Aligerno
fece erigere la Rocca Janula, “una delle tante espressioni del feudalesimo
ecclesiastico”, come la definisce Leonardo Paterna Baldizzi, che nel 1910 curò,
per conto del Ministro della Pubblica Istruzione, un progetto di restauro, dopo
ampio approfondito esame storico - archeologico.
In realtà, Rocca Janula è stata protagonista della storia del
Cassinate dalla sua erezione, in piena età medievale, fino al suo disuso nell’età
moderna e fino alla scoperta delle nuove tecniche dell’arte bellica che, con
l’uso progredito delle armi da fuoco, hanno reso inutile la difesa passiva
della fortificazione.
La Rocca faceva parte di un unico sistema difensivo della
città di San Germano, consistente in mura perimetrali e torri impiantate lungo
le mura stesse a distanza varia. Dentro di essa potevano ripararsi alcune
migliaia di persone, di solito l’intera comunità benedettina. Basti pensare che
re Manfredi, nella sua campagna militare contro Carlo D’Angiò, ammassò dentro la
Rocca duemila Saraceni e mille cavalli.
L’importanza di Rocca Janula è appalesata dalle sue varie
distruzioni e ricostruzioni, oltre alle contese per il suo possesso di volta in volta accese
contro gli abati di Montecassino dalla stessa San Germano, da papi, da
imperatori, da vari signori.
Quando Rimegonda, vedova del duca di Gaeta Riccardo
dell’Aquila, estese il suo dominio fino ad occupare alcune terre di San
Benedetto, San Germano ne approfittò per occupare Rocca Janula. Ma l’abate
Gerardo riuscì a riconquistare la roccaforte per espugnazione. Fu lo stesso
Gerardo che subito provvide a riparare e fortificare la Rocca, compromessa
nella sua solidità anche da un terremoto, nel 1004. Si deve all’abate Gerardo
l’erezione dell’alta torre pentagonale, di altre due torri laterali per uso
abitativo e di mura di cinta di più largo raggio.
Altri potenziamenti della fortezza furono operati dagli
abati Roffredo e Atenolfo. Una tale imponente fortificazione dovette preoccupare
l’imperatore Federico II, che ne ordinò la distruzione, per timore che una sì
potente struttura bellica potesse servire ai suoi nemici del Mezzogiorno
d’Italia ai danni dell’Impero. Fortunatamente lo smantellamento della fortezza
non fu eseguito in toto, se, nel 1224, l’Imperatore dovette reiterare l’editto
di distruzione, che nemmeno questa volta fu eseguito fino in fondo, per
intercessione di due giudici di San Germano. Anzi, fu proprio Federico II che
ricostruì la Rocca Janula, impegnato nella campagna contro papa Gregorio IX e in
ciò affiancato dall’abate Landolfo. Dei rimaneggiamenti da parte delle autorità
imperiali restarono motivi architettonici tipicamente svevi. Dopo che fu data in
affidamento a vari signori, feudatari di Federico II, tra cui i conti di
Aquino, il Gran Maestro Ermanno Salz degli Alemafini, Fra Leonardo Cavaliere
teutonico, Filippo di Citro Contestabile di Capua, Rocca Janula fu restituita
all’abate Landolfo. Vari castellani tennero in seguito la Rocca. Ne abbiamo
notizia fino al 1243, nella cronaca di Riccardo da San Germano. Sappiamo che
durante il regno di Ladislao tenne la difesa della Rocca il maresciallo di
Sicilia Jacopo Stentardo. Il dominio della Rocca fu conteso dalla regina
Giovanna II contro l’abate Pyrro, il quale avrebbe pagato 4000 ducati d’oro pur
di riavere la fortezza. La regina Giovanna, però, affidò la Rocca ad Antonio
Carafa. Solo più tardi l’abate potè rientrare in possesso di Rocca Janula,
provvedendo subito ad ulteriori fortificazioni e a collocare lo stemma della sua
famiglia su di un’alta torre eretta a ridosso della vecchia cinta muraria. Pyrro
non si giovò molto ditali fortificazioni, se le dovette abbandonare
allorché fu incalzato e fatto prigioniero da Francesco Blanco per conto del
Papa.
Un leggendario episodio di valore fu compiuto da un certo
Palermo, a difesa della Rocca, al tempo della contesa tra Alfonso d’Aragona e
Renato D’Angiò, per la conquista del Napoletano. Il Palermo, di erculea forza
dotato, quasi da solo respinse l’attacco degli assalitori, rotolando giù macigni
e macigni di roccia. Nel 1522 si registra l’ultimo episodio di inimicizia contro
gli abati di Montecassino da parte di San Germano, che occupò per breve tempo la
Rocca Janula. Ormai le guerre non sono più a carattere locale e la fortezza
Janula perde il suo ruolo primario strategico militare. Nel 1600 fu costruita
una nuova strada di collegamento tra San Germano e l’Abbazia superiore di
Montecassino, con un tratto di diramazione per l’accesso più agevole alla Rocca.
Nel 1700 ormai Rocca Janula non è più patrimonio degli abati, ma figura nel
catasto onciario del demanio di Carlo III di Borbone. Nel 1870, sulla torre
fatta erigere dall’abate Pyrro, fu installata l’epigrafe che abbiamo riportato
prima, di dedica alla madre di Dio, a significare un nuovo ideale di pace e
l’originale evangelica vocazione della Chiesa per il potere spirituale. Non a
caso in quegli stessi anni lo stato italiano a Porta Pia smantellava
definitivamente l’ultimo baluardo di potere temporale della Chiesa.
L’ultima Guerra Mondiale ha pesantemente contribuito a
distruggere gran parte delle residue strutture murarie della Rocca Janula.
Quello che oggi ne resta, la poderosa torre di Gerardo e
buone tracce delle costruzioni adiacenti, va assolutamente salvato, per
conservare insieme la tangibile memoria storica di una parte importante della
cultura e della civiltà della Terra di San Benedetto, del nostro territorio e
dell’intera Penisola. Ci auguriamo un idoneo intelligente restauro
conservativo, non mistificatorio, come spesso accade in molti “riusi” di antichi
monumenti.
Il monumento alla Pace di Mastroianni è collocato nei pressi
dei resti di quella eccezionale macchina da guerra medievale che era Rocca
Janula. Ma lo scheletro del bastione, le sue lacerazioni, la sua testimonianza
di guerre e guerre, sono pur essi un monito, un grande monumento alla pace.
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