Cassino e Montecassino

 

Provincia di Frosinone, abitanti 34.565, superficie Kmq 82,85, altitudine m.45

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CASSINO

 

La Rocca Janula

A mezza costa di Monte Cassino, su un’altura in gran parte scoscesa, Rocca Janula si erge con la sua torre e le sue mura. Ancora superba e imponente domina la città nuova di Cassino.  Dopo le distruzioni violente volute dal l’ira degli uomini e della natura, oggi, si sta procedendo al recupero a alla ristrutturazione della stessa.

Tanta storia, tanta civiltà testimonia e racconta Rocca Janula, già sentinella di Eulogimenopolis e di San Germano, baluardo avanzato a difesa di Montecassino, delle sue terre, dei suoi abati, dei suoi libri, della sua cultura.

Fu costruita Rocca Janula dall’abate Aligerno, durante la sua carica che andò dal 949 al 986.

Perché “Janula”?

Dal dio Giano, Janus, che avrebbe avuto in quell’area un luogo di culto? Forse è così, anche se scarse o nulle sono a tutt’oggi le riprove archeologiche. Ad ogni modo, l’appellativo di derivazione etimologica da Janus è appropriata alla Rocca, data l’identificazione del Dio laziale protettore delle porte, che venivano poste in tempo di guerra, con la funzione di accesso e di difesa della fortificazione nei riguardi dei due monasteri benedettini, quello superiore di Montecassino e quello inferiore di San Germano.

O il toponimo sta ad indicare la “piccola porta” (janula in latino significa per l’appunto piccola porta) attraverso cui bisognava passare per accedere a Montecassino? D’altronde la parola janua è ricorrente nella cultura e nella escatologia cristiana, e non è fuori luogo poter pensare che si sia voluto ricorrere ad una qualche analogia: Rocca Janula è la porta di quella città celeste che è Montecassino, come la Vergine Maria è la porta del Paradiso (nella Litania un appellativo della Madonna è Janua coeli, porta del Cielo). In tempi recenti la Rocca è stata espressamente dedicata al culto della Madonna: Haec turris munita loco muroque tenaci aetatis memorat facta nefanda suae et nunc versa Dei Sanctae Genitricis in aedem ipsius ad cultum tot pia corda movet. “Questa torre, protetta dalla natura del luogo e da mura gagliarde ricorda le gesta nefande della sua storia ma ora trasformata in casa della Santa Madre di Dio rivolge al Suo culto tutti i cuori devoti”.

Rocca Janula sorse come espresso strumento difensivo di Montecassino e di Cassino, o meglio di San Germano, essendo questo il nome della città in tutto il Medioevo e fino al 1853.

Nel 529 arriva a Montecassino San Benedetto, e inizia la storia benédettina. La zona di Castrum Sancti Petri, sorta sulle rovine dell’antica città romana di Casinum, si va incrementando come insediamento tal che verso la fine del nono secolo, ai margini del Gari, L'abate Bertario inizia la fondazione di una nuova città, a cui destina il nome di Eulogimenopolis, ossia “città di San Benedetto”, pensando di fortificarla convenientemente contro i terribili Saraceni. Questi, però, dopo che si furono insediati nei pressi della foce del Garigliano, nell’883, un infausto 4 settembre, assaltarono Montecassino e, il 22 ottobre, assalirono anche il monastero e quell’insediamento monastico che sarebbe dovuto essere la città di Eulogimenopolis. Nel disastro perì di morte orrenda lo stesso abate Bertario. La comunità monastica si trasferì da quelle terre ormai inumanamente desolate a Teano e poi a Capua, fino a quahdo l’abate Aligerno riprese il progetto di Bertario, portando nuova vigorosa vita alla Terra di S.Benedetto. Fu in questo fervore ricostruttivo che Aligerno fece erigere la Rocca Janula, “una delle tante espressioni del feudalesimo ecclesiastico”, come la definisce Leonardo Paterna Baldizzi, che nel 1910 curò, per conto del Ministro della Pubblica Istruzione, un progetto di restauro, dopo ampio approfondito esame storico - archeologico.

In realtà, Rocca Janula è stata protagonista della storia del Cassinate dalla sua erezione, in piena età medievale, fino al suo disuso nell’età moderna e fino alla scoperta delle nuove tecniche dell’arte bellica che, con l’uso progredito delle armi da fuoco, hanno reso inutile la difesa passiva della fortificazione.

La Rocca faceva parte di un unico sistema difensivo della città di San Germano, consistente in mura perimetrali e torri impiantate lungo le mura stesse a distanza varia. Dentro di essa potevano ripararsi alcune migliaia di persone, di solito l’intera comunità benedettina. Basti pensare che re Manfredi, nella sua campagna militare contro Carlo D’Angiò, ammassò dentro la Rocca duemila Saraceni e mille cavalli.

L’importanza di Rocca Janula è appalesata dalle sue varie distruzioni e ricostruzioni, oltre alle contese per il suo possesso di volta in volta accese contro gli abati di Montecassino dalla stessa San Germano, da papi, da imperatori, da vari signori.

Quando Rimegonda, vedova del duca di Gaeta Riccardo dell’Aquila, estese il suo dominio fino ad occupare alcune terre di San Benedetto, San Germano ne approfittò per occupare Rocca Janula. Ma l’abate Gerardo riuscì a riconquistare la roccaforte per espugnazione. Fu lo stesso Gerardo che subito provvide a riparare e fortificare la Rocca, compromessa nella sua solidità anche da un terremoto, nel 1004. Si deve all’abate Gerardo l’erezione dell’alta torre pentagonale, di altre due torri laterali per uso abitativo e di mura di cinta di più largo raggio.

Altri potenziamenti della fortezza furono operati dagli abati Roffredo e Atenolfo. Una tale imponente fortificazione dovette preoccupare l’imperatore Federico II, che ne ordinò la distruzione, per timore che una sì potente struttura bellica potesse servire ai suoi nemici del Mezzogiorno d’Italia ai danni dell’Impero. Fortunatamente lo smantellamento della fortezza non fu eseguito in toto, se, nel 1224, l’Imperatore dovette reiterare l’editto di distruzione, che nemmeno questa volta fu eseguito fino in fondo, per intercessione di due giudici di San Germano. Anzi, fu proprio Federico II che ricostruì la Rocca Janula, impegnato nella campagna contro papa Gregorio IX e in ciò affiancato dall’abate Landolfo. Dei rimaneggiamenti da parte delle autorità imperiali restarono motivi architettonici tipicamente svevi. Dopo che fu data in affidamento a vari signori, feudatari di Federico II, tra cui i conti di Aquino, il Gran Maestro Ermanno Salz degli Alemafini, Fra Leonardo Cavaliere teutonico, Filippo di Citro Contestabile di Capua, Rocca Janula fu restituita all’abate Landolfo. Vari castellani tennero in seguito la Rocca. Ne abbiamo notizia fino al 1243, nella cronaca di Riccardo da San Germano. Sappiamo che durante il regno di Ladislao tenne la difesa della Rocca il maresciallo di Sicilia Jacopo Stentardo. Il dominio della Rocca fu conteso dalla regina Giovanna II contro l’abate Pyrro, il quale avrebbe pagato 4000 ducati d’oro pur di riavere la fortezza. La regina Giovanna, però, affidò la Rocca ad Antonio Carafa. Solo più tardi l’abate potè rientrare in possesso di Rocca Janula, provvedendo subito ad ulteriori fortificazioni e a collocare lo stemma della sua famiglia su di un’alta torre eretta a ridosso della vecchia cinta muraria. Pyrro non si giovò molto ditali fortificazioni, se le dovette abbandonare allorché fu incalzato e fatto prigioniero da Francesco Blanco per conto del Papa.

Un leggendario episodio di valore fu compiuto da un certo Palermo, a difesa della Rocca, al tempo della contesa tra Alfonso d’Aragona e Renato D’Angiò, per la conquista del Napoletano. Il Palermo, di erculea forza dotato, quasi da solo respinse l’attacco degli assalitori, rotolando giù macigni e macigni di roccia. Nel 1522 si registra l’ultimo episodio di inimicizia contro gli abati di Montecassino da parte di San Germano, che occupò per breve tempo la Rocca Janula. Ormai le guerre non sono più a carattere locale e la fortezza Janula perde il suo ruolo primario strategico militare. Nel 1600 fu costruita una nuova strada di collegamento tra San Germano e l’Abbazia superiore di Montecassino, con un tratto di diramazione per l’accesso più agevole alla Rocca. Nel 1700 ormai Rocca Janula non è più patrimonio degli abati, ma figura nel catasto onciario del demanio di Carlo III di Borbone. Nel 1870, sulla torre fatta erigere dall’abate Pyrro, fu installata l’epigrafe che abbiamo riportato prima, di dedica alla madre di Dio, a significare un nuovo ideale di pace e l’originale evangelica vocazione della Chiesa per il potere spirituale. Non a caso in quegli stessi anni lo stato italiano a Porta Pia smantellava definitivamente l’ultimo baluardo di potere temporale della Chiesa.

L’ultima Guerra Mondiale ha pesantemente contribuito a distruggere gran parte delle residue strutture murarie della Rocca Janula.

Quello che oggi ne resta, la poderosa torre di Gerardo e buone tracce delle costruzioni adiacenti, va assolutamente salvato, per conservare insieme la tangibile memoria storica di una parte importante della cultura e della civiltà della Terra di San Benedetto, del nostro territorio e dell’intera Penisola. Ci auguriamo un idoneo intelligente restauro conservativo, non mistificatorio, come spesso accade in molti “riusi” di antichi monumenti.

Il monumento alla Pace di Mastroianni è collocato nei pressi dei resti di quella eccezionale macchina da guerra medievale che era Rocca Janula. Ma lo scheletro del bastione, le sue lacerazioni, la sua testimonianza di guerre e guerre, sono pur essi un monito, un grande monumento alla pace.

 

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