Arpino

 

Provincia di Frosinone, abitanti 7978, superficie Kmq 55,97, altitudine m.450

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ARPINO

ITINERARI

Itinerario 1: Centro cittadino - Quartieri Colle ed Arco.

Il Belvedere di Arpino si apre, come un grande balcone, verso l’ampia pianura, appena bordata all’orizzonte da sfumate colline. Lo sguardo spazia cercandone i dettagli: il trenino giocattolo della linea Roccasecca - Sora - Avezzano, il baluardo roccioso della Civita Falconara, con il castello di Ladislao, sulla sinistra. D’inverno, talvolta, il paese sembra emergere dagli ovattati banchi di nebbia che si distendono a bassa quota, ma quando il cielo è terso e risplende il sole, il viale del Belvedere si riempie di gente che vi passeggia.

Aldilà della strada, sulla sinistra, sono state sistemate le sculture in ferro dell’artista contemporaneo Umberto Mastroianni. Sullo spiazzo antistante l’ingresso al paese, ci colpisce il prospetto di stile neoclassico della secentesca chiesa della Madonna delle Grazie (restaurata alla fine del sec. XIX). Esso presenta un pronao con due pilastri e due colonne, sovrastato da una fascia, suddivisa da quattro lesene in scomparti, nei quali campeggiano tre grandi finestroni (quello centrale sormontato da un timpano).

Proseguendo verso l’abitato, ci troviamo di fronte ad un palazzo di bell’aspetto, fatto costruire, agli inizi del 1600, dal noto pittore Giuseppe Cesari, detto Cavalier d’Arpino. L’edificio originariamente era più ampio, ma agli inizi del nostro secolo ne fu abbattuta un’ala, per facilitare l’accesso alla città. Per lo stesso motivo, fu anche distrutta l’antica porta nord.

Sulla destra, un percorso, denominato via Latina, scende verso la vallata, dove rimangono tratti di un’importante via romana. Lungo questo tracciato, al di sotto del Belvedere, è visibile il nucleo interno di una tomba romana di epoca repubblicana, che la tradizione fantasiosamente indicava come “sepolcro di Saturno”.

Seguendo la via Giuseppe Cesari, si supera, sulla sinistra, la casa natale di San Francesco Maria Bianchi, quasi completamente ricostruita dopo la distruzione della seconda guerra mondiale, e si giunge nella raccolta Piazza del Municipio, ampliata agli inizi del 1800 e da sempre considerata il centro della vita cittadina. Vi si affacciano gli edifici più insigni della città.

Sulla sinistra sorge la chiesa di San Michele Arcangelo, documentata dai secoli X-XI, ma danneggiata dal terremoto del 1654 e quindi restaurata con radicali interventi eseguiti nei due secoli successivi. Della vecchia costruzione rimangono poche tracce e in particolare l’ambiente che si trova dietro l’altare, con nicchie e residui evanidi di affreschi medievali.

La facciata della chiesa, dall’armonico complesso, si presenta con caratteristiche architettoniche sei/settecentesche, con le eleganti lesene dagli elaborati capitelli, gli spazi geometricamente riquadrati ed il portale sormontato dal timpano di gusto neoclassico. L’attuale campanile termina in alto con la sinuosa “cuffia” di tipo campano; il crollo del vecchio campanile, provocato dal terremoto, fu raffigurato con apprezzabile immediatezza in un movimentato affresco dell’ex chiesetta rurale di San Giuseppe.

L’interno di San Michele, impostato a croce latina, si sviluppa su tre navate con cappelle laterali. La decorazione settecentesca è di attardato gusto barocco, temperato tuttavia dalla vastità e dall’altezza della navata centrale e dal puro ritmo delle linee costruttive (arcate, volte a crociera).

All’inizio della navata destra, si ammira il settecentesco battistero ligneo; sull’altare è posta una tela settecentesca con la nascita della Madonna, opera di Paolo Sperduti. La prima cappella è dedicata a Sant’Emidio, protettore dai terremoti, raffigurato in una statua lignea settecentesca, sistemata nella nicchia centrale. Nella seconda cappella, attualmente adibita ad ufficio parrocchiale, si possono ammirare le due tele di scuola caravaggesca, con il Battesimo di Gesù e con la figura di San Tommaso d’Aquino, ed un San Pietro Martire dipinto dal Cavalier d’Arpino, ma soprattutto la grande ed efficace Croce Stazionale di scuola toscana.

Dopo aver osservato, sui pilastri delle navate, l’affresco secentesco di Dionigi Ludovisi con la Madonna ed il Bambino ed un’immagine della Madonna di Loreto, si raggiunge la sacrestia, dove sono esposti altri dipinti (Madonna con San Domenico, San Domenico ed un medaglione con Gesù Cristo).

Nella zona del presbiterio, nuovamente siamo colpiti da opere pittoriche di buon livello: sulla volta dell’abside si staglia la maestosa figura del padre Eterno, opera del Cavalier d’Arpino, e dello stesso pittore sono la grande pala d’altare con la figura in movimento di San Michele Arcangelo, le due tele laterali (l’Annunciazione e Tobia e l’Angelo) e i quadretti della Via Crucis.

Pregevoli sono anche gli arredi lignei: il coro settecentesco ed il pulpito (a sinistra) intagliato da Michele Stoltz (1725-1779). L’organo è stato realizzato nel 1721 da Cesare Catarinozzi di Subiaco. Infine, ricordiamo che nel pavimento vi sono sepolture del XVI secolo.

Sul lato settentrionale della piazza è situato il “Tulliano”, un complesso scolastico di illustre tradizione. L’attuale situazione architettonica, realizzata nel 1890, deriva dalla fusione del teatro cittadino, del secentesco convento delle Suore Cappuccinelle e dei locali che ospitavano gli uffici comunali. La facciata appare ritmata dalle arcate del portico e da una serie di eleganti finestre, intervallate da nicchie, con i busti di C. Mario, M. Tullio Cicerone e M. Vipsanio Agrippa, ai quali si riferiscono iscrizioni dedicatorie.

Il Tulliano, istituito il 2 giugno 1814 da Gioacchino Murat come “Collegio con convitto”, era destinato a continuare, con una più accurata programmazione metodologica, l’opera delle secentesche scuole pubbliche arpinati e del Collegio dei Santi Carlo e Filippo dei Padri Barnabiti. Nel 1820 fu trasferito nell’ex Convento delle Cappuccinelle. Vi si studiavano le Lettere e le Scienze (anche con gli insegnamenti di Eloquenza Latina e di Chimica applicata alle Arti), le lingue straniere e la calligrafia. Nel 1877 si distinsero, come organismi autonomi, il Liceo Ginnasio ed il Convitto, che nel 1885 divenne Nazionale.

Sugli altri due lati della Piazza, formando un angolo retto, si estende il Palazzo Boncompagni, ristrutturato agli inizi dell’Ottocento, che apparteneva ai duchi Boncompagni, che furono feudatari di Arpino dal 1583 al 1796. Il settore di destra presenta tre notevoli archi in pietra lavorata; quello di sinistra portali e finestroni, un po’ rigidamente riquadrati in pietra, e due nicchie con i busti di Vittorio Emanuele Il e di Giuseppe Garibaldi. Un’iscrizione dedicata a Carlo III di Borbone (in latino) ricorda che il Sovrano nel 1744 restituì ad Arpino gli antichi diritti di città..

Entrando nel palazzo, si sale lungo una grande scala in pietra. Sulle pareti si osservano un frammento di mosaico romano e un’iscrizione in onore di Giuseppe Garibaldi. Nell’edificio si con servano: la parte frontale del monumento funerario romano della famiglia dei Fufidi, con un evocativo rilievo scultoreo raffigurante tre busti femminili (per le particolari acconciature osservabili nelle tre donne il monumento è databile ad età repubblicana) e due busti marmorei di accurata esecuzione (M. Tullio Cicerone e C. Mario), che la tradizione attribuisce ad Antonio Canova.

Il Palazzo Boncompagni ospita attualmente un’esposizione con opere pittoriche dell’artista contemporaneo Umberto Mastroianni, mentre un interessante piccolo museo propone strumenti a corda e le diverse attrezzature della liuteria Embergher-Cerrone, che si affermò ad Arpino nella seconda metà dell’800, con la produzione di mandolini, violini e chitarre di alta qualità, per cui il laboratorio arpinate ebbe numerosi riconoscimenti in mostre nazionali ed internazionali.

Dal Palazzo Boncompagni, si segue la via Pio Spaccamela, al cui inizio sorge la settecentesca ex chiesa dei Santi Carlo e Filippo; la sua facciata è contrassegnata da quattro pilastri aggettanti e da elementi curvilinei sulla sommità e al di sopra del portale. Superata la cinquecentesca chiesa della Pietà e la settecentesca cappella di San Rocco, si affronta una ripida salita, che porta alla Piazza Sant’Andrea, dal caratteristico acciottolato. Vi si affacciano la chiesa parrocchiale di Sant’Andrea ed il monastero di clausura delle Benedettine.

La chiesa è testimoniata sin dal 1084 ed il monastero dal 1249. Al complesso sacro si riferiscono 87 pergamene (solo in parte pubblicate), prezioso ed insostituibile strumento per conosce re soprattutto la storia medievale di Arpino. Dall’esame delle pergamene, risulta inverosimile l’assenta distruzione della chiesa ad opera di Corrado IV nel 1252 con la conseguente ricostruzione. Sono invece documentati un restauro nel 1437 e, da iscrizioni, un rifacimento nel 1533 ed una ristrutturazione nel 1780.

La facciata presenta ampi riquadri delineati da quattro alte lesene, un portale centrale e due laterali, sovrastati da finestroni, con un misurato movimento suggerito nei timpani dall’alternarsi di linee curve e diritte. Al di sopra del portale centrale, nella lunetta, vi sono le tracce di un affresco raffigurante il Santo. L’interno è a tre navate; la volta di quella centrale è dipinta con diverse raffigurazioni. Nella navata di destra, presso l’altare successivo a quello dedicato alla Natività della Madonna, si notano diverse opere secentesche: la pala con San Biagio e due piccole tele (Madonna con Bambino e San Francesco di Paola).

Nell’abside, la pala d’altare, con Sant’Andrea e San Benedetto, è opera del Cavalier d’Arpino, mentre sono di scuola napoletana del Seicento le quattro tele che l’affiancano (Santa Lucia, San Pietro, Sant’Anna con Maria Bambina, San Rocco). Nella parete di fondo della cappella del Santissimo (attiguo all’altare maggiore) si ammira una tela della fine del Cinquecento di scuola romana, con la Deposizione. Presso l’altare di San Gaetano e San Filippo Neri, i due santi, insieme con la Madonna e il Bambino, sono raffigurati in una tela di scuola napoletana del Settecento. Presso l’altare del Sacro Cuore, è conservata la statua settecentesca di cartapesta della Madonna di Loreto, che poggia su un’artistica “macchina” (del 1756), realizzata in legno dallo scultore Michele Stoltz e raffigurante la Casa di Nazareth trasportata dagli Angeli. Sull’altare seguente, si osserva la pala di San Francesco con San Pasquale (sec. XVIII) e presso l’ultimo altare una tela di San Giovanni Decollato di influenza del Cavalier d’Arpino, oltre ad un medaglione con il Cristo benedicente della seconda metà del sec. XVI.

Nella chiesa sono sistemati il battistero del 1782 dell’intagliatore viennese Federico Tretter, il coro, il pulpito e l’organo, tutti settecenteschi.

Il Monastero di clausura conserva le sue strutture più antiche nei magazzini, nelle cucine e nel refettorio. All’interno, l’edificio comprende un chiostro con porticato e tutti quegli ambienti necessari per la vita della comunità. Tra le attività lavorative, connesse con la stessa regola benedettina, un tempo prevaleva l’arte del ricamo; attualmente, le monache hanno organizzato l’Oasi Benedettina Maria Santissima di Loreto, mettendo a disposizione diversi locali per incontri di studio.

A destra della chiesa, nella ripida Via Civitavecchia, sorge il cinquecentesco Palazzo Spaccamela, sede temporanea della Biblioteca, dell’Archivio Storico, del Deposito Archeologico comunali e della Biblioteca Ciceroniana.

Da Piazza Sant’Andrea, percorrendo via Saturno, fiancheggiata dalle vecchie botteghe artigiane, con le porte finestre di impostazione medievale, si giunge alla porta di Napoli, una delle porte fondamentali dell’antica Arpinum, citata anche negli Statuti arpinati (1329 e 1487). Nella sua struttura, in parte alterata dai ripetuti restauri, si rileva la presenza di un’antiporta con cortiletto di guardia. Un’iscrizione celebrativa apposta superiormente ricorda Arpino come patria di Cicerone e di Caio Mario e città “saturnia”.

Oltrepassata la porta, si giunge alla chiesetta cinquecentesca della Madonna del Riparo (o San Giuseppe alla Parata). Poco prima della chiesa, si estende un ampio tratto di tagliata stradale (probabilmente di età romana), di una lunghezza di alcune decine di metri ed un’altezza massima di ca. m. 8. Sulla roccia levigata è stata scolpita una croce, al di sopra della quale, in un riquadro, si legge la scritta INRI, mentre al di sotto si scorge un teschio con la data 1664. Nella “Relazione Opere Pie” (Archivio Parrocchiale di S. Andrea Apostolo), al 10 novembre 1896, si legge: “Congrega Madonna del Riparo alla Parata, fondata il 14 settembre 1664, come da iscrizione scolpita su pietra davanti la porta della chiesa; statuto approvato il 14 febbraio 1783; retta dal Priore e 2 Assistenti, eletti il 1 gennaio”.

Tornando indietro, si imbocca a destra la via Marco Agrippa, con edifici di notevole interesse, fra cui il Palazzo Antenangeli (n. civ. 43) del XVI secolo, che ospitò Carlo III di Borbone con la regina Maria Amalia.

Si esce dall’abitato attraverso la medievale Porta del Torrione o dell’Arco. Sulla destra, si nota il settecentesco Istituto San Vincenzo de’ Paoli, recentemente restaurato.

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